AS Roma

Maledette tabelle

Una partita e una serata quasi senza lati negativi, ma non si può prescindere da quei discorsi come «Adesso andiamo in Champions». Non impariamo mai

(GETTY IMAGES)

PUBBLICATO DA Federico Vecchio
26 Febbraio 2025 - 07:00

Il sospetto mi è venuto sabato pomeriggio. Il Bologna aveva appena perso e quegli altri pareggiato. E subito mi è venuto il sospetto. Me lo sentivo. E non mi sbagliavo. Prima, piano piano, con un’eco lontana, quasi inudibile. Poi, poco poco, un’onda montante. La sera di sabato, quindi, me ne andavo a dormire con quel senso distante di fastidio, ma nella speranza – ora me lo dico da solo: che ingenuo - che no, non è possibile che possano tornare di nuovo. Perché io lo so che loro sono le nostre nemiche peggiori. Perché le ho conosciute bene, restandone anch’io vittima, e più e più volte, in passato. E me le ricordo bene. Così suadenti, suggestive, attraenti. Ed ogni volta, dopo essere inevitabilmente caduto nel loro inganno, mi sono odiato per non avere avuto la forza di essermi fatto legare indissolubilmente all’Albero maestro, per resistere a queste perfide Sirene. Perché sono, purtroppo, irresistibili. Perché esercitano un fascino di fronte al quale si rimane senza difese. Lo sappiamo tutti. E lo sappiamo bene. 

Perché ogni volta che si sono appalesate ci hanno mentito per poi gettarci nel dramma. Tutti ci ricordiamo, difatti, quando comparvero, prepotentemente, nell’81, e poi nell’86, e poi, anno dopo anno, nella prima Roma di Spalletti e nel meraviglioso anno di Ranieri. Ce lo ricordiamo tutti. Ma la Storia non ci ha insegnato niente. Perché sono bastati, difatti, i risultati del sabato, a cui si sono aggiunti quelli della domenica, che eccole lì, di nuovo, ancora una volta prepotentemente tra noi. Qualche avvisaglia l’avevo avuta su Whatsapp durante il fine settimana, ma la certezza, granitica, che fossero tornate l’ho avuta prendendo posto in Tevere. A quel punto ho dovuto cedere alla realtà. Non mi ero sbagliato. La mia percezione di un male ipotetico era divenuta certezza dell’esistenza di un problema reale. A quel punto me le sono trovate lì, in Tribuna, sedute dovunque. Erano lì, davanti, dietro, di lato. Erano tornate. Loro. Le maledette. Le “tabelle”. È bastato, difatti, sedermi un attimo, accomodarmi dopo la salita su quelle scale piene anche di lunedì sera contro l’ultima in classifica, che subito mi è arrivato, chiaro, quel «Monza, Como, Empoli, Cagliari e Lecce: male che vada sò tredici punti» che mi faceva trasalire. Ma il secondo colpo che mi arrivava era ancora più letale, perché il riscontro a quella ottimistica previsione era anche peggiore del precedente («No, pè me so tranquillamente quindici e semo in Champions»).

In quel momento sono rimasto attonito perché, se fosse per le famigerate “tabelle”, da sempre noi avremmo più scudetti della Juventus e più Coppe del Real. Ma non si è ancora capito. È terribile, ma non si è ancora capito che loro, le “tabelle”, sono il nostro nemico numero uno. Perché tu mi devi dire dove nasca il convincimento di poterle vincere tutte, da qui in avanti, dopo che nemmeno tre mesi fa ti guardavi alle spalle, nella speranza di sbrigarti ad arrivare a quaranta punti. Tu me lo devi dire. Ma il mio tentativo di ricondurre alla ragione i due interlocutori, provando ad eccepire che non è che tutte le ciambelle, e noi lo sappiamo bene, riescano col buco, veniva contrastato con un telefonino, che mi veniva sventolato davanti al naso, nel quale appariva una classifica che, nel periodo ricompreso tra l’inizio dell’anno e questo Roma – Monza, ci vorrebbe già in semifinale nel Mondiale per Club, unitamente all’affermazione che «annamo in Champions e, cò quello che incassamo, vedrai che rosa famo l’anno prossimo». In quel momento mi cadevano le braccia. Ma non potevo arrestare l’onda. Anche perché il Monza non contribuiva al buon esito di questa mia inutile crociata, lasciandosi dominare in lungo e in largo. Bastavano pochi minuti, difatti, per non credere ai nostri occhi: Pisilli, con personalità matura, indicava anche ad Hummels come muoversi («Il rinnovo gli ha dato sicurezza»); Cristante gestiva il centrocampo da padrone assoluto («Da Nazionale»); Eldor, indemoniato («Giocamo mejo cò lui»); Soulè e Baldanzi con una tecnica ed una mobilità che nemmeno il centrocampo del City dei bei tempi («Sono fortissimi»). E poi Saele. Saele, che la metteva lì, dopo una giocata pazzesca, che nemmeno se l’avesse fatta con le mani («A luglio, il Milan Tammy ce lo impacchetta e ce lo rimanda indietro subito»). 

Il primo tempo scorreva come un sogno, in cui tutto si incastrava perfettamente. C’era non solo il gol di Eldor, accolto con entusiasmo da tutto lo Stadio, ma anche il tempo di vedere Svilar fare Svilar («Parata difficilissima»). I discorsi, a quel punto, al netto delle famigerate tabelle, erano tutti sul quanto siamo belli e bravi e duravano per tutto il secondo tempo e fino alla fine. In ordine sparso, chi vi scrive poteva annotare che quei discorsi andavano sul come Ranieri avesse rivitalizzato tutti i componenti della squadra; sul perché sia potuto accadere Juric; su Ranieri, che vedrai che si sceglie come allenatore anche per l’anno prossimo; su Frattesi, che sarebbe stato bello ma mica so sicuro, a questo punto, che ce serva; sull’Europa League, che, se battiamo il Bilbao, poi dopo è difficile ma se po’ fa; su quelle in classifica davanti, che stanno tutte a calà; sulle bandiere da portare il 6, che me n’hanno fatta vede una ma c’ha un giallo che me pare n’ovo sbattuto e nun va bene; su Angeliño, che segna sempre nella stessa maniera e ormai è uno schema che speriamo lo famo pure contro gli spagnoli; su Cristante, che mò segna pure e l’avemo ritrovato. Insomma, non una sola nota stonata. Oddio, proprio nessuna, nessuna mi sembra un’esagerazione. Perché, alla constatazione, scendendo le scale, che «Cristante ha giocato proprio bene … e mò chi fischamo?», la replica era disarmante: «C’hai ragione … ma, m’ho che ce penso, fischiamo Pellegrini!». A riprova, purtroppo, che forse mi sbagliavo: qui il problema non sono solo le tabelle.

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