Il Mourinho silenzioso è viola di rabbia
Oltre novanta i minuti vissuti con grande passione e intensità. Una conduzione arbitrale non all’altezza lo porta a non parlare a fine gara

Mourinho durante Roma-Fiorentina (GETTY IMAGES)

Non esiste un giocatore giallorosso che abbia giocato la sfida dell’Olimpico contro la Fiorentina con la stessa intensità messa sul manto erboso da José Mourinho. Nessuna fibra muscolare è stata tenuta a riposo o risparmiata, ogni singola vibrazione o impulso è stato amplificato da una gestualità tipicamente “mourinhana”, volta a trasmettere ai suoi ragazzi carica e adrenalina.
La voleva vincere, l’aveva preparata così in settimana, con le pressioni alte, con la spinta degli esterni, la qualità di Dybala e la fisicità di Lukaku. Il menù del vantaggio della Roma, la chiave di volta che sembrava aver messo in discesa la partita dell’Olimpico. Poi, uno dopo l’altro, oscuri presagi hanno iniziato a comparire all’orizzonte: prima il ko di Dybala e l’immediata scelta di puntare su Azmoun. Poi il ko dell’iraniano, che ha preceduto di poco l’espulsione di Zalewski per doppia ammonizione: lì è cambiata la partita, ha riunito i suoi collaboratori, con l’intento di conservare il vantaggio, prepararsi al peggio ma provare a vincere la partita. Il peggio era dietro l’angolo, con il pari viola e mezz’ora ancora da giocare.
Lì, per Mourinho, è iniziata un’altra gara. Trentasette minuti di intensità e stress emotivo che necessiterebbero di due giorni di riposo, ma, da condottiero indomito, aveva capito come fosse quello il momento per non lasciare da soli i suoi ragazzi in mezzo alla tormenta, ma anzi, l’attimo in cui balzare al comando e guidare la nave verso un porto sicuro.
E quando tutto torna in ballo, è la cura del dettaglio a fare la differenza. Come i cambi. Perché se sei stato costretto a “bruciarti” due slot per infortuni, il terzo in una partita a scacchi con i pedoni contati devi giocartelo con attenzione e con il giusto tempismo. La mossa è ricaduta poi sulla freschezza di Bove, catapultato in campo per dare ossigeno ai compagni. Oppure sui calci piazzati. Lo testimonia un “pizzino” fatto recapitare a Rui Patricio da un raccattapalle (Lukas Bruscaglia, mediano classe 2009 dell'U15), dove lo Special One indicava il posizionamento di El Shaarawy e Bove sui corner battuti dai viola. Un dettaglio dopo l’altro, con la stessa identica estenuante intensità.
E quando il disegno sembrava aver ripreso forma e la giusta geometria, arriva il rosso (giusto) a Lukaku. Le braccia sconsolate del portoghese si agitano e danno le spalle al campo. Ma per poco, perché la battaglia non è finita. E così lo vedi correre all’indietro come se difendesse lui oppure sbracciarsi a lungo per indicare a El Shaarawy di non salire sugli ultimi rinvii calciati da Rui Patricio. Il triplice fischio di Rapuano è una liberazione, l’ultima scarica di adrenalina se ne va tra i saluti generali. Di Mourinho nel post gara nemmeno una sillaba. Meglio così, la rabbia era troppa, meglio dormirci su.
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